Amici di penna. Cercare una nuova svolta, una motivazione. Chi sarai, adesso?
Sono arrivata a un punto della mia vita, in cui devo di nuovo capire cosa fare, in che direzione andare. Dopo un periodo di serenità, mi trovo di nuovo a fare i conti con importanti decisioni da prendere, che mi causano non poca ansia e apprensione. Chi sarò, adesso?
L'ultima volta che ho dovuto pensare a cosa dovevo fare della mia vita, avevo appena finito l'università. Ciò che avevo in mente, era una cosa sola: volevo scrivere, provare a realizzare il mio sogno. Forse, complice l'incoscienza e quel poco di intraprendenza che ancora possedevo, provai a entrare in una redazione giornalistica e, per diverso tempo, sembrò che stessi prendendo una direzione precisa, che stessi finalmente ingranando. "Sarò felice", dicevo a me stessa. Quanta fatica, sacrifici, lezioni imparate. Ma, adesso, quell'avventura è finita, e sono di nuovo al punto di partenza.
Chi voglio essere, adesso?
Nel corso degli anni, delle delusioni e soddisfazioni, e della psicoterapia, ho capito una cosa importante: la tua identità non è qualcosa di fisso e immutabile. A seconda delle esperienze che fai o scegli di non fare, essa si plasma, ed è in continuo rinnovamento. Questa plasticità può consentirti di arricchirla, specializzarti in un determinato settore oppure esplorare le infinite possibilità che ti danno le tue capacità.
Nonostante le buone intenzioni, però, arriva un momento in cui devi per forza di cose fermarti, riorganizzarti, decidere in che direzione vuoi andare. Devi sempre tener presente quello che sei in base al tuo percorso, le competenze acquisite, le aspirazioni e le priorità, e al contempo cercare di adattarti, perché ricorda che non dipende tutto da te. Ci sono fattori e variabili che non si possono prevedere, e quindi ogni tuo piano potrebbe andare in fumo, nonostante l'accuratezza con cui l'hai pensato. Bisogna accettare anche questo.
Mi trovo (di nuovo) a questo bivio. Mi sento in bilico fra la stagnazione, lasciar perdere tutto, e la voglia di dare una svolta alla mia vita, e ciò che mi frena è la paura di fallire, di fare cose inutili che pregiudichino quel che sarà il mio futuro. Soprattutto, la mia ossessione è di non avere più tempo. All'anagrafe sono giovane, ma non più così tanto per la società. Sono sana, ma ammetto di avere già qualche acciacco. Mi sono impegnata, ho studiato tanto, ho fatto delle scelte, ma ho sempre l'impressione di non aver concluso nulla, perché non sempre c'è stata una corrispondenza tra chi volevo essere, e chi dovevo diventare per servire a qualcosa, o a qualcuno.
Da maniaca del controllo che non ha mai voluto accettare aiuti, non sono a mio agio nei compromessi, quindi se da un lato la mia testardaggine mi ha aiutato a realizzare degli obiettivi e godere appieno delle soddisfazioni, dall'altra mi ha impedito di essere performante a ciò che il mercato del lavoro richiedeva, oppure di sviluppare determinate abilità sociali. Però, devo analizzare anche un altro aspetto: non solo l'unica. Certo, è una magrissima consolazione sapere che milioni di giovani si trovano in condizioni anche più svantaggiate delle mie, magari non possiedono titoli di studio, non hanno più genitori, o semplicemente non hanno uno stimolo per andare avanti. Nessuno vuole investire più su di loro. Percepirsi senza speranza è davvero penoso. So cosa significa.
La prospettiva di dovermi reinventare mi sta dando preoccupazioni e ansia: lo shock della mia generazione risiede nel fatto che la società stia progredendo, mentre noi siamo stati cresciuti con le credenze e i miti che oggi non contano più. Ci dicevano che una Laurea era necessaria per trovare un buon posto di lavoro, che poi ci saremmo sistemati (parola molto amata dai nostri genitori baby boomer) sposandoci e mettendo al mondo dei figli. Insomma, ci hanno insegnato a programmare le nostre vite con i loro criteri, senza tener conto delle aspirazioni individuali, delle inclinazioni. Ciò ha provocato veri e propri disastri.
A chiosa di questa riflessione, devo affermare che non posso far altro che rassegnarmi a una vita precaria, di tentativi e compromessi, soprattutto. Dovrò prendere coscienza del fatto che la stabilità verso la quale eravamo tesi e di cui hanno goduto i nostri genitori, figli del Boom economico, fa parte di un tempo e di una mentalità che non esistono più.
Certo, non è colpa mia, colpa nostra, ma se ne prendiamo atto smetteremo di soffrire. Prima di qualsiasi altro cambiamento, dobbiamo imparare a strutturarci senza utopie. Solo così potremo andare davvero avanti.

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